MAURIZIO MAI |
BIOGRAFIA |
Mai Maurizio, nato a Ostiglia nel '53, sposato, due figli. Vivo e lavoro a Bologna. Insofferente, per natura, a modelli sociali troppo rigidi e automatici, refrattario alla carriera e anche un po' claustrofobico, mi sono adattato piuttosto bene ad un lavoro per certi versi romantico e senza futuro. Nell'epoca in cui trionfa l'effimero ed ogni cosa e' gia' vecchia mentre nasce, i miei strumenti di lavoro sono rimasti inalterati nel tempo: borsa di cuoio e bicicletta. La mia vera passione e' comunque la scrittura che considero una forma artistica. Mi piace considerare lo scrittore non come un letterato, ma come un animale da scrittura. Il tempo che vi dedico e' quello che e'. Cerco di scrivere soltanto quando sono costretto, quando devo, per un impulso irruento, anche se so bene che per farlo occorre anche mestiere. Da pochissimo ho cercato di pubblicare qualche racconto, non so perche cosi' in ritardo. Sono sempre in ritardo con qualcosa. C'e' un'eta' per cominciare e una per finire? Ho pubblicato un racconto sul "Giallo Mondadori", sulla rivista"L'inchiostro", sulla rivista "Il foglio letterario" e su un quotidiano bolognese in distribuzione gratuita. Un racconto e stato letto e interpretato al "Premio letterario Arturo Lauria" di Carpi. Ho frequentato un corso di scrittura tenuto dagli scrittori Carlo Lucarelli e Marcello Fois. Seguito due seminari di Stefano Benni sull'Immaginazione. Infine mi sono classificato al primo posto nel concorso letterario dalle "Poste" di Bologna che ha visto tra i componenti della giuria la scrittrice Danila Comastri Montanari.
Mai Maurizio
I L V E N T R E D E L L 'A C R O B A T
A
racconto di Mai Maurizio - versione integrale
" Ah " fece Geremia, " ah.ah.ah " continuava a ripetere, " e adesso? Dove lo metto questo?"
Geremia, fino a quel giorno, si era mantenuto in equilibrio, era riuscito sempre ad attraversare la corda con la ruota, l'ombrello e i vestiti cascanti. Un artista. Un artista del tutto particolare che si esercitava ogni giorno nell'arte del sopravvivere, ottenendo discreti successi. Anche quando le cose si erano complicate, era riuscito a non confondersi. Aveva continuato a badare a se stesso, pensando che la vita fosse il suo cuore che batteva e il suo stomaco da riempire, fino a quel fatidico giorno.
Adesso stava tenendo in braccio un televisore rotto, senza sapere dove metterlo. Fuori non c'era posto. La strada era strettissima e a malapena ci si passava uno per volta, il prato era occupato da montagne di mobili e pezzi di motori, di resti tecnologici d'ogni genere, molti computer per esempio, telecamere, oscilloscopi, videoregistratori e via discorrendo.
Col televisore in braccio giro a destra e a sinistra cercando una soluzione, poi, non riuscendo piu' a reggerlo, lo ripose sul pavimento.
La casa era diventata un magazzino, c'era roba dappertutto. Si era ridotto a vivere in un angolo. Mangiava per terra perche' la tavola era ingombra di vecchie bottiglie e piatti rotti, tazze sbeccate, ingranaggi d'orologi, scatole di dadi, pezzi di scacchi, un salame irrancidito. Nell'oliera galleggiava il cadavere di una mosca. Geremia l'aveva ricoperta con un giornale, ma immancabilmente il foglio si spostava oppure si lacerava scoprendo l'ampolla che metteva in mostra il suo piccolo orrore. Dormiva per terra, perche' anche il letto non era altro che una distesa d'oggetti inutili. Il televisore rotto aveva ripreso il suo spazio e anche lui risedette sconsolato nel suo angolo.
"Prima, com'era prima?" si chiese cercando di ricordare. Il ponte, ecco da dove era cominciato. Qualcuno l'aveva demolito e il paese spinto com'era sulla montagna, non aveva altra via di collegamento col mondo esterno. Sul ponte ci passava di tutto, dai furgoni dei commercianti alle biciclette dei contadini, dalla corriera per la citta', una volta la settimana, ai carri tirati dai muli. Sui lati del ponte c'erano due camminatoi di legno, molto invitanti alle passeggiate. C'era sempre qualche perditempo che sostava a chiacchierare, appoggiandosi al parapetto dal quale si poteva guardare l'acqua del fiume coi suoi giochi di mulinelli. Il paese si chiama "Cavalcata Orioli", Cavalcata appunto dal ponte che cavalcava il fiume, Orioli nessuno lo sa di preciso, anche se si da' maggior credito alla storia della vecchia dai capelli bianchi.
Secondo il suo racconto, Orioli era un tale, brutto come la fame, deforme e solitario che stanco di girovagare per il bosco aveva deciso di saltare il burrone. In seguito fu costruito il ponte che oltre ad evitare che altri tentassero di saltare il fosso, avrebbe permesso lo sviluppo del paese.
"Ogni tanto qualcuno deve sacrificarsi per le buone cause" diceva. La vecchia dai capelli bianchi che per inciso non aveva piu' un capello in testa, sosteneva che il cinque agosto, se si guardava il fiume alle prime luci dell'alba, si vedeva galleggiare il corpo di quel tale. Leggende paesane.
Il cinque agosto di un anno qualsiasi, Geremia si era alzato alle luci dell'alba ed era andato sul ponte. Dopo qualche istante aveva visto un cadavere galleggiare sull'acqua, con la faccia in giu' e la giacca gonfia come un pallone. Ne fu felice e si senti' coi piedi per terra, ovvero sul tavolato del ponte, che era perfino piu' rassicurante.
La vecchia dai capelli bianchi aveva la fama di poteri taumaturgici, ma lei faceva la rammendatrice e voleva essere considerata soltanto per questo. Ogni tanto c'era chi le portava uno straccio qualsiasi e con la scusa del rammendo cercava di farsi ricucire ben altri strappi.
Geremia c'era andato un pomeriggio di pioggia, per farsi riparare una giacca ormai buona soltanto per pulirci il pavimento. Era arrivato alla sua porta bagnato fradicio. Aveva bussato una sola volta e se la vecchia non avesse aperto subito se ne sarebbe andato.
" La giacca non si puo riparare. In quanto a te, forse c'e' ancora qualche speranza " gli aveva detto. Lei continuava ad esaminare la giacca scotendo la testa e Geremia stava in piedi, rigido come un pupazzo.
"Devi cercarti dentro" gli aveva detto dopo un lunghissimo e imbarazzante silenzio. Quando se n'ando' i vestiti gli si erano asciugati addosso, ma lui continuava a sentire dentro di se' una goccia che cadeva ad intervalli regolari.
La pozzanghera che sicuramente si era formata nella cavita' del suo stomaco, certo non sarebbe mai divenuto un grosso problema. Una goccia puo formare pregevoli stalattiti, ma difficilmente provoca inondazioni.
C'era il ponte. Si andava a far quattro passi con le mani dietro la schiena, si capitava la per caso, ci si fermava per guardare lo scorrere dell'acqua, i furgoni che passavano e alla fine c'era sempre qualcun altro che stava facendo la stessa cosa, cosi' che chiacchierare diventava facile e il tempo non era gravato dalla solitudine.
Poi c'era il sindaco, con le giuste qualita' che un sindaco deve avere. Cavalcata Orioli era in buone mani. Era un modo possibile di vivere. In fondo Geremia pensava non ci fosse bisogno di grandi progetti, che servisse piu' che altro essere rassicurati, per poter respirare un po' d'aria buona, fino a riempirsene i polmoni, che si potesse camminare mentre si respirava, per andare un po' piu' in la, magari oltre il ponte, al confine di Cavalcata Orioli, oltre il quale non si era mai spinto. Intorno, anche se il paese era raccolto sulla cima del colle, c'era spazio. Ogni cosa era in ordine e guardare le case, tutte ben tenute, col porticato e i balconcini di legno quasi sempre fioriti, i viottoli che salivano e scendevano dalla piazza, il ponte che si slanciava verso il mondo, metteva una gran gioia.
L'inverno precedente il sindaco si era beccato un'influenza coi fiocchi. Il dottore gli aveva prescritto i soliti antibiotici, ma anziche' migliorare, peggioro'. La vecchia dai capelli bianchi si reco' personalmente a casa sua, nonostante i suoi novantacinque anni, ma, quando arrivo', non pote' far altro che sentire l'alito della morte pervadere la stanza. Il sindaco spiro' prima che lei potesse parlargli, vale a dire un attimo dopo la morte stessa della vecchia. In paese si comincio a parlare di presenze occulte, perche' parve impossibile a tutti che venissero a mancare nello stesso istante le due persone piu importanti della comunita'. Per qualche tempo Cavalcata Orioli rimase senza guida. Si alimentarono storie orribili. Chiunque era sospettato. Nessuno si azzardava piu' a mettere piede fuori casa. Si arrivo' perfino a dubitare degli stessi familiari. Geremia che non aveva familiari, ripensando a cio' che gli aveva detto la vecchia dai capelli bianchi comincio' a dubitare di se stesso.
Il cinque agosto successivo Geremia si era recato sul ponte alle prime luci dell'alba. Aveva guardato l'acqua del fiume, ma non aveva visto altro che mulinelli d'acqua.
Qualche mese dopo fu eletto il nuovo sindaco e siccome nessuno in paese si era candidato, fu scelto uno di fuori, uno sconosciuto che pero' pareva presentarsi bene, anche se non fu invece un bene per Cavalcata Orioli. Quest'uomo si era messo in testa di fare a modo suo e di chiudere cosi' il paese, siccome, sosteneva, troppe relazioni con l'estero avrebbero danneggiato le abitudini e le tradizioni, inoltre occorreva evitare possibili ingerenze, sopraffazioni d'economie e poteri piu' forti, la qual cosa, ancor prima di danneggiare il paese, avrebbe di sicuro danneggiato lui, il sindaco, che paradossalmente era venuto da fuori. Il primo intervento del neo eletto sindaco, fu quello di abbattere il ponte che collegava il paese col resto del mondo. Il secondo fu quello di proibire d'attraversare il fiume con qualsiasi altro mezzo.
Geremia, se nonostante tutto, fino a quel giorno era riuscito a stare in bilico, e' pur vero che la corda man mano si era sempre piu' tesa e che all'ombrello e alla ruota si erano aggiunti altri inutili attrezzi che l'avevano sbilanciato. Finche' uno stupido televisore rotto gli aveva fatto perdere definitivamente l'equilibrio, facendolo precipitare. Di sotto, non c'era la rete ad accoglierlo, ma una fitta ragnatela scura, per niente rassicurante. Mai piu' sarebbe riuscito ad attraversare la corda.
Comincio' a ragionare per immagini e sentendosi sovrastato, si chiese se dentro il suo corpo non fosse finito un po' di tutto quel ciarpame. Si guardo' lo stomaco ingrossato dalla mancanza di ginnastica e dall'abbondanza di vino, costatando che effettivamente qualcosa la' dentro avrebbe potuto esserci, qualcosa d'improprio, tra lo stomaco e il pancreas. Piu' ci pensava e piu si convinceva che cosi' era. Guardo' il triangolo di pelle che la camicia lasciava scoperto e gli parve di vedervi attraverso. Si denudo' strappandosi i vestiti di dosso. Contemplo' il suo stomaco con gli occhi rossi e gonfi, sopra l'ombelico e rimase esterrefatto. Vedeva, riusciva a vedersi dentro. Tra gli organi che si muovevano come bestie immonde, c'era una specie di ragnatela scura e sottile. Sotto pote' scorgere una luce fioca, gialla, triste, incerta come la fiamma di una candela. Forse si trattava proprio di una candela, siccome un soffio di tanto in tanto le dava vigore e subito dopo minacciava di spegnerla. Geremia si mise a soffiare anche lui sopra il suo stomaco cercando di raddoppiare l'intensita' dell'altro soffio piu' sotto, ma non arrivava, prendeva vie diverse, si disperdeva tra le cose morte della stanza. La vista della luce gialla era insopportabile quanto quella della ragnatela scura che faceva da schermo. Guardo' ancora, ma non vide nient'altro.
Penso' d'entrare con una mano la' in mezzo e intanto, lo fece. Dovette vincere lo schifo, prima del contatto con i tessuti vischiosi degli organi interni, poi con quello appiccicaticcio della ragnatela, i cui brandelli aderivano alla sua mano con uno strano solletico. Voleva spegnere la fiamma, ma fin la' le sue dita non arrivavano. Cerco' di ritrarre la mano e solo allora si accorse che era impossibile, era rimasta invischiata nella ragnatela. Istintivamente provo' a liberarsi con l'altra mano, ma s'avvide dell'errore troppo tardi e non pote' far altro che rimanere in quella posizione bizzarra, con entrambe le mani imprigionate nello stomaco. Era seduto sul pavimento e si sforzo' di raggiungere il ventre con i piedi, piegando le ginocchia verso l'esterno, nonostante fosse ben consapevole dei suoi limiti. Tuttavia vi riusci'. I piedi s'infilarono anch'essi dentro lo stomaco con estrema facilita', quasi fossero attratti da una forza magnetica. Non gli rimase altro che roteare la testa e dondolarsi avanti e indietro col busto. In pochi attimi si trovo' aggrovigliato tra interiora e ragnatele esistenziali, luci fioche e soffi esoterici. In poche parole, una palla pulsante e informe. Era stanchissimo e si addormento'.
Si risveglio' piu' tardi al rumore di una goccia che cadeva. Ci mise qualche minuto a connettere. Penso' se tutto cio' che gli era capitato non fosse altro che un brutto sogno. La goccia, si disse, poteva banalmente cadere dal rubinetto. Si sarebbe alzato a chiuderlo meglio, forse occorreva sostituire la guarnizione. Soltanto che il suo corpo non ubbidiva. Le sue gambe, le sue braccia, erano imprigionate. Guard' con l'occhio che si era gia' infilato all'interno del suo corpo con una parte della testa e vide la goccia che cadeva dalle pareti del suo ventre, formare una pozzanghera di una certa consistenza.
Dalla finestra entro' un raggio di sole che colpi' l'occhio rimasto ancora all'esterno con l'altra parte di testa. Mentre socchiuse la palpebra, si accorse che fuori stava succedendo qualcosa di nuovo. C'era trambusto, passi concitati e voci, molte voci che divenivano urla e molti passi sempre piu' frenetici. Di sicuro c'era una folla dietro la sua porta. La gente stava passando davanti alla sua casa per radunarsi in piazza. Lo senti' da piu voci, "in piazza, in piazza" dicevano, "facciamo un falo' di tutta quest'immondizia e mettiamocelo sopra" urlava qualcun altro, "al rogo, al rogo" fecero altri.
"Chi vogliono mettere al rogo?" si chiese Geremia che avrebbe volentieri sbirciato se avesse potuto. Come qualcuno avesse sentito la sua domanda, si senti rispondere: "il sindaco, al rogo il sindaco".
"Peccato che questo mal di testa m'impedisca di muovermi, altrimenti farei qualcosa." Eppure, nonostante il suo stato, aveva la netta sensazione di poter partecipare, anzi sentiva che avrebbe avuto una parte di rilievo. Nell'entusiasmo si divincolo' cercando di sciogliersi, ma ogni ulteriore movimento aggravava ulteriormente la sua condizione, cosi' che anche l'altra meta' di testa fu inghiottita nel ventre. Non ebbe tempo di ragionare sugli ultimi mutamenti che qualcuno busso' alla porta.
"Chiunque tu sia, non posso aprire" disse, ma i colpi si fecero piu' forti e insistenti. Allora alzo' la voce, per farsi sentire, ma le sue parole fecero eco nella cavita' profonda dello stomaco, molto piu' profonda di quanto avesse potuto immaginare, fino a diventare un rombo indistinto e privo di significato, piu' simile ad un verso.
"Chi abita in questa baracca?" chiese una voce, "ma, non si sa" rispose un'altra voce. "Tutti devono venire in piazza, altrimenti vuol dire che ci sono dei ribelli e i ribelli meritano la stessa fine del sindaco" disse la prima voce. "Dai, sfondiamo la porta, lo tireremo fuori noi, questo qua" disse la seconda voce. Per qualche istante, ma veramente non piu' di cinque secondi, Geremia senti' avvicinarsi una fine ignobile e non sapeva cosa provare: paura? Pieta' per se stesso? Orrore? Sconcerto? Cio' che piu' gli premeva era fare un po' di posto, potersi sbarazzare del televisore rotto e degli altri rottami che gli ingombravano l'esistenza.
Quelli fuori se n'andarono dicendosi che non avevano tempo in quel momento, che sarebbero ripassati dopo per bruciare l'orrenda catapecchia del ribelle.
A Geremia non rimase altro da fare che aspettare. I suoi occhi ormai non potevano che guardare l'interno del suo corpo e adesso che aveva tempo, decise di lasciarli andare, che potessero osservare cos'altro c'era da scoprire, semmai vi fosse ancora qualcosa. Beh, la luce gialla si era spenta e questo fu senz'altro un sollievo. Cio' che si trovo davanti fu una specie di caverna, molto profonda, fluorescente e instabile. Le sue pareti erano infatti mutevoli, ora lisce e di un bel rosso vivo, ora spugnose e violacee, ora ricoperte di filamenti bianchi e sottili, ora piene di protuberanze scure e vibranti. L'ingresso, tanto per dare un'idea, che prima si era presentato ampio, incredibilmente ampio, ora si andava restringendo, fino a diventare simile al collo di un imbuto. Poteva andare avanti e indietro con gli occhi a suo piacimento e subito volle vedere cosa ci fosse dopo. Se l'imboccatura si era ristretta, per contro la cavita' si era allargata ed era impossibile riconoscere il posto che stava esplorando. Lo spazio la' dentro si dilatava a dismisura, assumendo sempre nuovi volumi, nuove conformazioni, nuovi colori. La profondita' dell'incavo acquisto' dimensioni difficili da stabilire. Cosa e come e dove erano gli interrogativi senza risposta che si poneva di volta in volta piu' stupito. C'era anche un gran silenzio. Si poteva ascoltarlo dalla goccia che continuava a stillare dalle pareti del suo ventre. Il suono di una piccola goccia lo esaltava. Diede una sbirciatina distratta, tanto per vedere che livello avesse raggiunto la pozzanghera, nella cavita' giu' in fondo. L'acqua era parecchio salita. Ormai non rimaneva altro che aspettare e aspetto'.
In piazza, un vecchio ed un ragazzo erano stati spinti a ridosso dello strapiombo, accanto al pilone che aveva sostenuto la campata del ponte.
"Guarda" disse il ragazzo, "c'e' un affogato nell'acqua".
Entrambi guardarono il corpo galleggiare senza aggiungere niente.
"Oggi e' il cinque agosto" disse poi il vecchio appoggiandosi al pilone. Passarono altri minuti di silenzio. Infine il vecchio disse: "e' ora di ricostruire il ponte". Si avvicino' qualcun altro per vedere e dopo poco tutti spingevano reclamando il proprio turno. I piu' lontani che non avevano capito cosa stesse succedendo, smisero di urlare. Qualcuno disse che il miracolo si era ripetuto, che bisognava cogliere il segnale e che era inutile farsela col sindaco, poiche' forse la colpa di tutto era dei cittadini indolenti e apatici. Si formarono dei gruppi che cercarono di zittire chi continuava a sostenere che il sindaco andava messo al rogo. Altri gruppi si sdegnarono del grado d'imbarbarimento cui era giunto Cavalcata Orioli. I piu' esagitati si placarono, mantenendo un'espressione di stizza. Dopo un po' nessuno se la sentiva piu di sostenere la rivolta. I due che avrebbero voluto bruciare la casa di Geremia se n'erano completamente scordati. Si erano perfino scordati del motivo per cui erano andati in piazza. Molti dovevano tornare al lavoro e cominciavano ad incamminarsi verso casa. C'era chi chiedeva come avrebbero risolto i problemi del paese, altri rispondevano che c'era tempo per pensarci.
Geremia si era accorto che una goccia qualche volta puo' causare inondazioni, soprattutto se cade dalle pareti del ventre di un acrobata che ha perso l'equilibrio, soprattutto se l'acrobata doveva guardarsi dentro come gli era stato consigliato dalla vecchia dai capelli bianchi. Lui l'aveva fatto, si era guardato dentro, in profondita' e aveva visto. L'acqua era salita, fino a soffocarlo. Che strano viaggio era stato, inspiegabile, un viaggio attraverso i corridoi delle percezioni piu' che dei pensieri.
Il suo corpo ora galleggiava nel fiume, a faccia in giu', con la giacca che si era gonfiata come un pallone.
FINE